giovedì, febbraio 19, 2009

lunedì, febbraio 16, 2009

Trenta anni dopo le "Urla del silenzio"

In quel dimenticato angolo di mondo che è la Cambogia, è giunto, forse, il momento di fare i conti con la storia. Una storia tragica. Quella raccontata, a suo tempo, da un film bello e angosciante come "Urla del silenzio" (di Roland Joffé). In inglese il titolo del film era " The Killing Fields". Vi si narrava, appunto, la tragedia dei "campi della morte" della Cambogia di Pol Pot, nei quali perì in cattività un numero enorme (1.700.000, secondo cacoli accreditati) di persone.
L'incubo del dominio dei Khmer Rossi terminò il 7 Gennaio 1979, con l'invasione ( realizzata, certo, non per motivi umanitari, ma comunque provvidenziale) della Cambogia da parte del Vietnam.
Sono passati trenta anni. Pol Pot, nel frattempo, è morto, nel 1998, senza aver pagato per le sue colpe. Sul popolo cambogiano per anni è gravato il silenzio della rimozione storica, l'indecenza dell'impunità degli aguzzini e il mancato risarcimento morale delle vittime.
Tra complicità, silenzi, convenienze internazionali, finora, nessuno dei carnefici era stato processato. Adesso, viene portato alla sbarra "Duch" (Kaing Guech Eav), responsabile del carcere "S21", in cui furono torturate, e morirono, 17.000 persone. E indagati sono altri quattro "gerarchi": Ieng Sary, Ieng Tirith, Khieu Samphan, Nuon Chea.
Non è molto, ma simbolicamente si è in presenza di un passaggio importante.
Con tre decenni di ritardo, un processo di riconciliazione ed un'operazione-verità "dalla parte delle vittime" (analoga a quella messa in atto nel Sudafrica dell' ex-apartheid) sono, adesso, messi all'ordine del giorno.